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Capitale umano e crescita economica

da Capitale Intellettuale

Come noto, la teoria economica si può inquadrare rispetto alla fondamentale dicotomia tra “positivo” e “normativo”. Una analisi positiva è volta a mettere in luce le proprietà che una dinamica economica effettivamente mostra, mentre una analisi normativa intende identificare quelle proprietà che l’economia dovrebbe soddisfare al fine di raggiungere determinati obiettivi (tipicamente, massimizzazione di indici di welfare). È quindi naturale affrontare la rilevanza del capitale umano per la crescita economica in tale duplice prospettiva. In realtà, l’impostazione teorica del presente contributo ci porterà a privilegiare l’aspetto normativo.

 

 

1 Rilevanza positiva

È ormai ampio il consenso sulla rilevanza del capitale umano per le potenzialità di crescita delle economie avanzate. Le specificazioni non rappresentano aspetti secondari, ma bensì nodi cruciali della questione. In primo luogo, non è purtroppo garantito che le potenzialità di crescita di una economia si traducano in crescita effettiva, come ampiamente sottolineato nel continuo dibattito sulla competitività dell’economia italiana. Si pensi anche al caso di studio, ormai da manuale, del “decennio perduto” dal Giappone (gli anni 90), dovuto certamente non alla carenza di capitale umano. In secondo luogo, il capitale umano potrebbe non trovare adeguata collocazione in una economia non adeguatamente sviluppata, in cui ad esempio determinate ‘frictions’ si oppongono a iniziative competitive, come accade in zone in cui la criminalità organizzata esercita un controllo significativo sulle iniziative imprenditoriali. A tale riguardo, Visco[1] (2009; Conclusioni) sottolinea come il capitale umano in effetti contribuisca all’arricchimento culturale della società, favorendo educazione civica e correttezza dei comportamenti.

Visco (2009) delinea una dettagliata analisi dei vari aspetti della rilevanza del capitale umano e della conoscenza, con particolare attenzione al caso italiano, caratterizzato in maniera sostanziale da imprese in media di piccole dimensioni, abbondanza di lavoro con qualificazioni relativamente basse, e rigidità (ivi, p. 57) di sistema. Tali condizioni non rappresentano un terreno ideale né per sfruttare appieno le potenzialità del capitale umano presente, né per favorirne la crescita.

Le caratteristiche fondamentali del capitale umano sono tipicamente identificate nelle capacità di comprendere e processare informazioni, di effettuare analisi quantitative, e di padroneggiare le ICT (information and communication technologies). Più in generale, si può identificare il capitale umano con la capacità di impiegare metodi sia qualitativi che quantitativi nell’individuare metodi efficienti di problem solving.[2] Evidentemente, è molto difficile misurare il capitale umano. Come sottolinea Romer (1990), il capitale umano misurato dal numero di anni di preparazione specifici è analogo alla definizione usata nel contesto del mercato del lavoro. In un contesto di contabilità, il capitale umano è un intangibile, che pone seri problemi di quantificazione. A tale riguardo, le opzioni reali (Schianchi e Mantovi, 2007, e referenze contenute) rappresentano un framework coerente per combinare teoria e problemi concreti. Essenzialmente, il valore del capitale umano si può paragonare al valore delle opzioni di acquisire vantaggi competitivi che dipendono da tale capitale. Ad esempio, l’innovazione incrementale che mira ad allargare la frontiera tecnologica, si pensi ai settori hi-tech, richiede una forza lavoro altamente specializzata. Si pensi inoltre al livello di preparazione richiesto ai ricercatori attualmente impegnati nello sviluppo di nuove tecnologie (tra cui il grafene sembra straordinariamente promettente). La normativa recentemente introdotta nel nostro paese riguardante il “Contratto di  rete” intende, tra l’altro, favorire l’efficacia della condivisione di risorse tra PMI, essendo ovviamente il capitale umano tra le risorse la cui condivisione può risultare più proficua (Mantovi, 2012).

Gli statistici si propongono di stimare gli effetti diretti e indiretti del capitale umano per la produttività individuale, quantificando così un effetto di livello[3] (Visco, 2009, p. 33) che collega la crescita della produttività al livello (quantità) del capitale umano, una dinamica alla base di progressi significativi delle teorie della crescita, come discuteremo nella prossima sezione. In effetti, Visco sottolinea come l’Italia non regga il confronto con i partner europei per quanto riguarda gli indicatori della produzione di capitale umano, ponendo dunque l’accento sull’importanza di investire in conoscenza.

 

 

2 Rilevanza normativa

Il capitale umano si è assicurato un posto di rilevo ai fondamenti della teoria economica della crescita. Il problema della crescita è cruciale non solo per analisti e governanti (si pensi al dibattito circa la crescita nell’eurozona); la teoria della crescita è metodologicamente essenziale in quanto analisi di ottimizzazione intertemporale, e dunque intrinsecamente normativa; è ormai acquisito come la teoria del controllo ottimo rappresenti lo strumento naturale per identificare le politiche in grado di raggiungere un determinato obiettivo intertemporale: in tale contesto, la rilevanza del capitale umano è stata studiata sistematicamente.

Il problema del “capitale” ha attraversato la storia del pensiero economico da protagonista; si pensi ad esempio alle analisi di Smith e Ricardo su capitale fisso e circolante. In confronto, la differenziazione tra capitale fisico e umano è molto più recente, e definisce una linea di analisi rispetto alla omogeneità di base del capitale ‘aggregato’[4], da tempo riconosciuto come una nozione stilizzata, una “parabola illuminante” (nelle nota espressione di Robert Solow) per l’interpretazione della crescita economica. D’altra parte, come noto, la scienza cresce attraverso concetti elementari, e la teoria economica non può fare a meno della nozione elementare di capitale omogeneo, per quanto lontana dalla realtà tale nozione possa sembrare. Affrontiamo in primo luogo gli elementi essenziali del modello di crescita di Solow, come piattaforma sulla quale elaborare il ruolo del capitale umano.

 

2.1 Solow

Nel modello introdotto da Solow (1956), uno stock di capitale omogeneo cresce secondo la legge

 

secondo la quale l’investimento è calibrato dalla frazione s (saving) dell’output dell’economia, determinato dalla funzione di produzione aggregata F del capitale K e del lavoro L.  Tale dinamica si generalizza nella formula

(come discusso ormai nei manuali di macroeconomia), per cui, se la frazione s dell’output definisce il  gross investment, tenendo presente anche il deprezzamento/deperimento del capitale al tasso d > 0 si ottiene il net investment. Tale modello è stato analizzato a fondo, e risulta non essere in grado di generare crescita sostenibile del capitale per unità di lavoro, se supponiamo rendimenti decrescenti di scala nel capitale K, come avviene per funzioni di produzioni omogenee di grado 1 (rendimenti di scala costanti).

Tale teorema ha determinato un’impasse per le teorie della crescita dalla fine degli anni 60 alla metà degli anni 80 (Barro e Sala-i-Martin, 2004, Preface), quando il ruolo del capitale umano ha cominciato ad apparire esplicitamente nei modelli di crescita e ad essere ampiamente accettato come elemento strutturale delle moderne teorie della crescita, un driver della crescita tramite l’effetto di livello discusso da Visco (2009).

 

2.2 Arrow

In realtà i progressi degli anni 80 debbono molto al lavoro di Kenneth Arrow (1962), che introduce la nozione di “apprendimento sul campo” (learning by doing), un concetto sulla rilevanza del quale pochi economisti sembrano mostrare perplessità. Arrow, tra i più grandi teorici dell’economia viventi, pone l’accento sulla rilevanza della conoscenza per la crescita economica e soprattutto sul problema dell’acquisizione della conoscenza. Quella che Arrow propone è una teoria endogena del ruolo della conoscenza nel progresso tecnologico della produzione, in cui l’apprendimento è frutto dell’esperienza sul campo. Dopo mezzo secolo, è naturale leggere il lavoro di Arrow come un preliminare di una teoria del capitale umano.

 

2.3 Lucas

Già nel 1988, Robert Lucas Jr. (Nobel per l’economia 1995) sottolineava come l’idea del capitale umano potesse apparire ‘eterea’ al momento dalla sua introduzione, ma che dopo due decenni di applicazione gli addetti ai lavori avevano imparato a riconoscerne gli effetti, così come i meteorologi sanno riconoscere il progredire di un fronte caldo nella dinamica delle perturbazioni (Lucas, 1988, p. 35). Esiste un ampio consenso nel considerare tale lavoro una pietra miliare nello studio del capitale umano (Acemoglu, 2008). Bisogna ricordare altresì i contributi di Gary Becker (Nobel per l’economia 1992), che hanno fissato elementi essenziali per la chiarificazione del concetto, così come le pionieristiche analisi statistiche sulla correlazione tra livelli di reddito ed educazione.

Lucas (1988) prende le mosse dai risultati ottenuti da Arrow e P. Romer per introdurre un preciso accoppiamento tra lo stock esistente di capitale umano e il tasso di crescita di capitale fisico (ivi, p. 18) in termini di una generalizzazione della funzione di produzione Cobb-Douglas, tale che il capitale umano produca sia effetti “interni” sulla produttività del lavoro (neurali secondo Harrod), sia effetti “esterni”, tali cioè da influenzare positivamente la produttività totale dei fattori. Tale impostazione si può formulare tramite l’equazione

(una generalizzazione della formula 11 in Lucas, 1988) in cui K rappresenta il capitale fisico, hi un indice dell’effetto interno del capitale umano, he un indice dell’effetto esterno; C rappresenta il consumo dell’economia. Tale meccanismo analitico non solo permette di superare il problema dei modelli di crescita di prima generazione; si tratta in effetti di una argomentazione riguardo l’essenza dell’effetto di livello del capitale umano sulla crescita. Da rimarcare il fatto che tali effetti interni ed esterni ammettono interpretazione sia micro- che macro-economica: possono essere studiati sia a livello della singola impresa che a livello dell’economia in senso aggregato.

Più in generale, si tenga presente che i modelli economici non intendono fornire equazioni “newtoniane” per le variabili economiche. La “meccanica” cui si riferisce il titolo del lavoro di Lucas concerne la descrizione qualitativa delle dinamiche sotto esame, in primo luogo le proprietà di convergenza e stabilità del sistema nel lungo periodo.

 

2.4 Paul Romer

Le precedenti argomentazioni sugli effetti meccanici del capitale umano sono state approfondite qualche anno dopo da un articolo di Paul Romer (1990) che ha determinato una svolta nella teoria economica: il capitale umano non solo contribuisce alla produzione dei beni materiali, ma rappresenta il fattore essenziale per la produzione di conoscenza e l’attributo essenziale non rivale dell’economia, (una risorsa cioè intrinsecamente disponibile allo sfruttamento da parte di diversi agenti economici). Romer propone un’analisi generale delle implicazioni per le economie avanzate dell’esistenza di capitale umano in quantità significativa; il debito intellettuale nei confronti di Arrow è naturalmente dichiarato esplicitamente, ma si sottolinea la necessità di considerare la possibile escludibilità della conoscenza acquisita che incentiva ad investire in conoscenza. I punti principali che Romer ha chiarito possono essere sintetizzati come segue.

Un primo punto concerne l’applicazione del capitale umano sia al settore di produzione di beni convenzionali, sia a quello di ricerca e sviluppo, che produce conoscenza, il bene non rivale e non escludibile. La allocazione intertemporale ottima di capitale umano tra i due settori, cioè il problema normativo del capitale umano, viene calcolata come parte della soluzione del modello, che lo rende quindi più interessante per interpretare le evidenze storiche (ad esempio sottolinea Romer come la frazione di capitale umano dedicata alla ricerca e sviluppo sia cresciuta nel tempo). Tali aspetti non trovano posto nel modello di Lucas (1988), in cui la produzione di conoscenza è una conseguenza non intenzionale della produzione del bene convenzionale (Romer, 1990, p. S77).

In secondo luogo, i “blueprints” determinano trasformazioni dell’attività economica caratterizzate da rendimenti di scala crescenti e quindi nonconvessità: una volta sostenuto il costo di sviluppo di una procedura più efficiente di lavorazione, tale procedura si può implementare ripetutamente senza ulteriori costi addizionali (ivi, p. S72).

Inoltre, sottolinea l’autore come il valore per la società di una certa innovazione non viene catturato interamente dall’inventore, nonostante la protezione legale garantita dai brevetti (che tipicamente ha durata finita), e un modello che trascuri tale effetto perde dettagli rilevanti per un meccanismo di crescita (ivi, p. S89). A tale riguardo, il capitale umano rappresenta un fattore essenziale per comprendere il significato stesso del concetto di crescita e dell’importanza di investire in conoscenza (Visco, 2009).

 

ANNO VI NUMERO 1

 


Riferimenti

 

Acemoglu, D., 2008. Introduction to Modern Economic Growth. Princeton University Press.

Arrow, K., 1962. The Economic Implications of Learning by Doing. Review of Economic Studies 29, 155-173.

Barro, R., Sala-i-Martin, X., 2004. Economic Growth. Second Edition. The MIT Press.

Bliss, C., 1976. Capital Theory and the Distribution of Income. North-Holland.

von Hayek, F., 1941. The Pure Theory of Capital. London: Macmillan.

Lucas, R. Jr., 1988. On the Mechanics of Economic Development. Journal of Monetary Economics 22, 3-42.

Mantovi, A., 2012. “Contratto di rete”: a strategic analysis. EPI Conference, Parma, 18-19 Giugno.

https://sites.google.com/site/epi2012pr/home/sessione-e

Romer, P., 1990. Endogenous Technological Change. Journal of Political Economy 98, 71-102.

Schianchi, A., Mantovi, A., 2007. Venture capital, R&S e incentivi: un modello analitico. L’industria XXVII, 335-354.

Solow, R., 1956. A Contribution to the Theory of Economic Growth.

Quarterly Journal of Economics 70, 65-94.

Visco, I., 2009. Investire in conoscenza. Per la crescita economica. Il Mulino.

 

 

[1] Attuale Governatore, già vice direttore generale, di Banca d’Italia.

[2] Si pensi ad esempio alle intuizioni strategiche fornite dalla Teoria dei Giochi, in particolare il concetto di soluzione di equilibrio di Nash, e a quelle provenienti dalla teoria dei sistemi dinamici riguardanti ordine e caos.

[3] Si tenga presente la distinzione tra effetti di livello, che rappresentano proprietà di scala di una economia (ampiezza dei mercati, capacità produttive, etc.) che si possono ritenere indipendenti (almeno in prima istanza) dai tassi di crescita dell’economia, ed effetti di crescita, che invece influenzano tali tassi; si veda Lucas (1988).

[4] A tal riguardo, von Hayek (1941) e Bliss (1976) rappresentano riferimenti autorevoli.

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