Il mio Guareschi

Un contributo appassionato per ricordare la voce fuori dal coro di Giovannino Guareschi a 50 anni dalla scomparsa Part #2

Nel[1] 1980 Paride Piasenti, ex compagno di prigionia di Guareschi e, all’epoca, presidente dell’Associazione Nazionale Ex Internati, scrisse ad un quotidiano che “(…) nei vari lager in cui passò, Guareschi fu una bandiera esemplare di dignità, di coerenza morale incrollabile e di fede nella libertà. (…) Quel che egli scrisse e disse, sfidando i più temibili straflager e i campi di sterminio, per dissolvere angoscia e sfiducia, per tenere alto il morale di migliaia di uomini laceri ed esasperati quando la fame ed il freddo imperversavano e la guerra pareva non finire più, i rischi da lui ogni giorno corsi sotto la ferula della censura tedesca, tutto questo è un merito che rimane e che fa di Giovannino Guareschi uno di quegli uomini ai quali, specie in questi tristissimi tempi, il pensiero ritorna con affetto e riconoscenza immutabile”. Dopo la guerra c’è gente che ha preso il Premio Nobel per la pace per molto meno. Nonostante i suoi successi editoriali anche mentre era in prigionia era un ex internato qualunque quel Giovannino Guareschi che, denutrito e macilento, affrontò il viaggio allucinante del rientro a Parma. Angosciato dal non avere notizie da casa da quasi un anno, scese da un camion in Piazza Garibaldi di notte, a sette chilometri dalla casa di Marore, che allora era in piena campagna. Senza una propria casa e senza una lira in tasca, Giovannino non ebbe nemmeno la possibilità di permettersi una doverosa convalescenza dopo quasi due anni di stenti. Tornò quindi velocemente a Milano, per ricominciare a produrre, a far rendere quel patrimonio che aveva nel cranio. Sceneggiò le sue opere e rifondò, assieme ai soliti amici, il Bertoldo, sospeso durante il conflitto, ribattezzandolo “il Candido”. Fu un successo immediato di vendite. Il Candido è stato un faro che con la sua luce satirica ha vigilato nelle tenebre di una potenziale nuova guerra civile. Decisive sarebbero state le vicine elezioni del 1948. La redazione del Candido intuì il pericolo rappresentato da Stalin e dal suo “account” in Italia, Palmiro Togliatti, anni prima che avessero inizio le forzate “sovietizzazioni” di tanti Stati Europei. Così, mentre la sinistra cercava di sfruttare il volto di Garibaldi come testimonial elettorale, Guareschi iniziò una serie di vignette che furono persino utilizzate per la propaganda della Democrazia Cristiana. L’equidistanza sempre mantenuta dagli autori del Candido, li espose spesso al rischio di rappresaglie anche violente.

Alla fine delle elezioni che sancirono la vittoria della Democrazia Cristiana, la celebre rivista americana Life titolò che le elezioni in Italia erano state vinte da De Gasperi e Guareschi. In Germania si scrisse invece che “un solo uomo ha messo con le spalle al muro il comunismo in Italia: Guareschi”. In realtà Giovannino aveva “scelto” di appoggiare, indirettamente, quello che riteneva in quel periodo storico il male minore. Beato lui che almeno all’epoca aveva una scelta. Giovannino Guareschi trovò anche il tempo di dare alle stampe niente meno che il primo volume della saga chiamata “Mondo Piccolo”, col sottotitolo (molto discreto) di “Don Camillo”. “Favole che sembrano storie vere e storie vere che sembrano favole”, questa era l’intenzione dell’autore. Ecco il perché del nome: Mondo Piccolo. Tutto raccontato con non più di duecento parole. Tante se ne attribuiva lo scrittore. Ecco uno dei maggiori segreti del successo delle opere di Guareschi: semplicità nel descrivere la quotidianità, attraverso un’interpretazione permeata di umorismo intelligente. Mondo Piccolo si diffuse rapidamente anche nel resto del mondo: in due anni dall’uscita, due milioni di copie in Francia, due negli Stati Uniti, cinquecentomila copie ai tedeschi, e almeno duecentomila copie in ogni nazione d’Europa. Ma anche in Africa, in Giappone, in India! Numeri che farebbero venire i brividi a qualunque editore di oggi. Mondo Piccolo fu pubblicato in USA e in Inghilterra anche in braille. E la critica italiana? Indovinate un po’… tiepida per non dire glaciale. A tale aberrazione culturale, Guareschi rispose con il suo solito allegro sarcasmo: “In Italia mi ignorano. Mah! Si vede che si sbagliano all’estero”. Tra il primo e il secondo volume delle avventure di Don Camillo e Peppone, nel 1950, morirono i genitori di Giovannino. Il suo epitaffio fu il seguente: “Se mia madre mi ha insegnato ordine e dignità, mio padre mi ha dato fantasia e quel poco di pazzia che serve per osare. Se mia madre mi ha indicato Dio, mio padre me lo ha spiegato. Pochi altri come i miei vecchi, non andando d’accordo, sono riusciti ad essere la sintesi di un accordo perfetto. Che possano litigare in pace per sempre”. Nel 1951 furono realizzati i primi ciak del film “Don Camillo” ad opera del regista francese Julien Duvivier. Sarà un altro successo planetario e incentiverà nuovamente le vendite dei romanzi. Il film, come i libri, erano caratterizzati da questa voglia di distensione, di invito all’autocritica, di stimolo a non prendersi troppo sul serio.

Quanto bisogno ci sarebbe oggi di qualche centinaio di Giovannini Guareschi!

Nel 1948 Luigi Einaudi fu eletto presidente della neonata Repubblica Italiana. A Guareschi piaceva la sua capacità di amministratore della cosa pubblica. Einaudi possedeva un’azienda vinicola a Dogliani in Piemonte. Nel 1950 una bottiglia di Nebbiolo di tale azienda finì purtroppo sul tavolo di Guareschi che, leggendone l’etichetta, mancò poco che si strozzasse col primo sorso. La bottiglia riportava sull’etichetta la scritta “Il Vino del Presidente”. Una caduta di stile che Giovannino visse come un vero abuso di potere: “Se il primo cittadino della Repubblica si permette questi arbitrii, che cosa può essere concesso all’ultimo?”. Così pubblicò una vignetta che riproduceva fedelmente l’etichetta, aggiungendo la frase: Brindate Einaudi! Dopo un paio di uscite di quel tenore attese di vedere ritirate le bottiglie con l’infame etichetta. Niente da fare. Allora iniziò a produrre un tripudio di vignette, sempre con lo slogan Brindate Einaudi, quale nuovo tormentone: ora la bottiglia di Nebbiolo diventava un cannone, ora le bottiglie erano i corazzieri sull’attenti al passar del presidente claudicante, con tanto di bastone.

Due parlamentari fecero un’interrogazione e così la Procura della Repubblica di Milano aprì un procedimento per “offesa all’onore ed al prestigio del presidente”. In attesa del processo, cosa avrà mai fatto Giovannino? Ovviamente non sospese l’attacco ma lo centuplicò. Si fece il suo solito autoritratto di omino baffuto, stavolta incatenato a due bottiglie di Nebbiolo, come Pinocchio fra i gendarmi.

Alla vigilia del processo Guareschi si disegnò dietro a sbarre costituite da bottiglie di Nebbiolo. Sotto l’occhio dei giornalisti di mezzo mondo, il processo di primo grado finì con un’assoluzione con formula piena perché il fatto non costituiva reato. Sembrava la vittoria del buon senso e del “Diritto a sorridere”. Furono fatti brindisi a casa Guareschi, ovviamente col Nebbiolo. Ma il Procuratore Generale, indispettito, ricorse in appello. In tal sede, il 10 aprile 1951, Guareschi venne condannato ad otto mesi di reclusione, con sospensione della pena in quanto incensurato. Avrebbe dovuto rigare dritto per cinque anni. Invece… Un tale si presentò a Guareschi offrendogli due lettere, a firma di De Gasperi e datate 1944; in una delle due il futuro primo ministro, negli ultimi anni del conflitto al vertice della Resistenza, usando la carta intestata del Vaticano, invitava caldamente gli Angloamericani a bombardare Roma, per convincere i più riottosi a schierarsi con loro. Allegati alle fotocopie c’erano una serie di autenticazioni di vario genere. Ma, a contribuire a convincere Guareschi che le lettere non erano dei falsi, c’era anche il fatto che queste gli sarebbero state consegnate gratis. Insomma, nel gennaio del 1954 le pubblicò. Ne seguì una querela da parte di De Gasperi, per diffamazione a mezzo di documenti falsi. Guareschi si ritrovò più isolato che mai. Persino il suo editore, Angelo Rizzoli, volle prendere le distanze. Manco a dirlo il processo fu fissato per direttissima. Un processo farsa, come ce ne sono tanti anche oggi. Il magistrato si rifiutò di ascoltare dieci testimoni della difesa e soprattutto negò la possibilità di effettuare un arbitrato fra perizie calligrafiche contrastanti. Guareschi fu condannato ad un anno. Cui si sommarono gli otto mesi sospesi per il processo del Nebbiolo. Tutti avrebbero scommesso sull’esito opposto in Appello; ma Guareschi, offeso nell’animo, testardamente, rifiutò di ricorre al secondo grado del processo. E, assurdamente, dopo nove anni dalla fine della guerra, risentì chiudersi la porta di una prigione dietro le spalle. Il 26 maggio 1954 Giovannino Guareschi iniziò la sua lunga ed assurda detenzione, accusato, quale direttore editoriale, di non aver vigilato sui contenuti del suo giornale.

La pletora di giornalisti lottizzati che avevano, negli anni, isolato Guareschi, ovviamente sciacallarono sulla vicenda, definendo la sua una carcerazione “allegra”, ossia ricca di privilegi. All’uscita dal carcere, Giovannino dirà di aver trovato più umanità dalle SS durante la guerra che da tanti Italiani in tempo di pace. San Francesco, infatti, era tutto fuorché un prigione confortevole: freddo, umidità, cibo scadente e custodi durissimi accompagnarono la permanenza di Guareschi nella Cella 38, di circa cinque metri quadrati, con vista su un muro. Guareschi in galera subì ingiuste vessazioni di ogni tipo, con pressioni psicologiche inusitate. Il 4 luglio 1955 uscì dal carcere e per altri sei mesi dovette osservare le condizioni previste della libertà vigilata. Vorrei poter raccontare che, al termine di questo calvario, Giovannino Guareschi fosse tornato battagliero come prima, ma non posso. Chi l’ha conosciuto bene, biografi e pochi amici, lo descrivono come una persona segnata, dopo l’esperienza nel carcere di Parma. Perseguitato in modo vessatorio dal fisco si dissanguò anche economicamente per aprire un ristorante ai figli. Dopo una avvisaglia di infarto nel 1962, iniziò ad ingrassare, per disfunzioni fisiche e per la vita sempre più da eremita. Scrisse un giorno: “Io sono come un merlo che zufola in alto, tra le fronde di un albero. Ma come posso sapere se chi passa sotto mi ascolta e riesce a capire ciò che zufolo?”. Nel 1968 morì, lasciando disposizioni di essere coperto da una bennata di sabbia del Po, portando nella bara un martello ed una bandiera sabauda, un tributo al padre ed uno alla madre. Aveva ancora nelle tasche la prima scarpetta della figlia ed una crosta di parmigiano con il segno dei denti del figlio. Alla stampa, in generale, non sembrò vero di essersi liberata del suo esempio. ■

 

 

Informazioni

Per sapere di più sulle iniziative riguardanti Giovannino Guareschi è possibile contattare o iscriversi a:

Associazione Amici di Giovannino Guareschi

https://www.facebook.com/GruppoAmiciDiGiovanninoGuareschi/info

Club dei 23

http://www.giovanninoguareschi.com

 

[1]     Nota del Direttore: Con l’approssimarsi del cinquantesimo dalla morte di Giovannino Guareschi pubblichiamo in due puntate un estratto di uno scritto edito cinque anni fa da un suo grande ammiratore. Guareschi fu, tra le tante manifestazioni del suo genio e della sua umanità, ottimo giornalista e un grande maestro di sintesi anticipando i limiti di Twitter nel numero di caratteri. Fine umorista e vignettista sin dall’infanzia, uomo, marito e papà dalla rara dirittura morale, inventò la saga di Mondo Piccolo i cui libri sono i più tradotti dall’italiano nella letteratura internazionale, ma è stato personaggio scomodo e non ha ricevuto mai nel tempo particolari riconoscimenti.

 

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