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La guerra dell’informazione nella interpretazione di Christian Harbulot

da Capitale Intellettuale

Come noto lo sviluppo della società dell’informazione ha modificato profondamente il quadro dei conflitti. L’affermazione di John Arquilla e David Rundfeldt, esperti della guerra in rete (netwar) alla Rand Corporation, dà il la a quest’altro dibattito. Infatti, secondo gli analisti americani  non è più chi ha la bomba più grossa che prevarrà nei conflitti di domani, ma chi racconterà la storia migliore. In quest’ottica, gli americani hanno parlato, dal 1997, del concetto chiave di information dominance. Definita come lo spiegamento nello spazio che garantisce i mezzi di metacontrollo, di prevenzione, di prelazione e di coercizione, questa dottrina avrebbe la vocazione di plasmare il mondo attraverso l’armonizzazione delle pratiche e delle norme internazionali sul modello americano. Giustamente Philippe Baumard – sottolinea Harbulot – rincara la dose precisando che questa dottrina mira a mettere sotto controllo gli organi di decisioni strategiche del mondo. Ebbene se i conflitti di guerra, dal Golfo al Kosovo, hanno dimostrato la schiacciante superiorità dell’intelligence militare americana su un teatro di operazioni all’estero che margine di manovra rimane oggigiorno ai responsabili dei servizi d’intelligence in Europa occidentale per difendere gli interessi geoeconomici del loro paese contro gli interessi americani? La risposta di Harbulot è netta: un margine sempre più stretto, per non dire una situazione di paralisi quasi totale in alcuni casi. Affinché questo divario venga superato è necessario modernizzare la riflessione di Sunt-Tzu, del Komintern e di Mao ma soprattutto quella di Winston Churchill  che è stato il primo capo di governo occidentale ad aver orchestrato una guerra dell’informazione contro la Germania nazista (il celebre piano Jaël). In materia di disinformazione, egli rappresenta infatti il genio britannico che inganna il nemico sulle date e i luoghi di sbarco. Naturalmente anche durante la guerra fredda ci furono molti fautori inconsapevoli della guerra cognitiva come nel caso della Polonia di Solidarnosc per quanto a rigore si trattava  di una destabilizzazione dell’ordine morale della società socialista polacca  orchestrata, in modo più o meno visibile, attraverso la distribuzione di bibbie alla maggior parte della popolazione. Ebbene nel contesto attuale di fortissima competizione la destabilizzazione gioca un ruolo fondamentale. Prendiamo – precisa Harbulot – un esempio entrato nel costume della guerra economica: una multinazionale decide di bloccare un concorrente nella realizzazione di un progetto in un’economia emergente.

Un’operazione di guerra cognitiva può assumere la seguente forma:

 

  • individuazione dei punti deboli del concorrente nella zona in questione (le debolezze possono essere di varia natura: le tangenti pagate alle autorità, l’inquinamento ambientale, il mancato rispetto dei diritti umanitari…). Tutte le informazioni raccolte devono essere verificabili e non devono dare luogo a interpretazioni fallaci;
  • scelta della procedura d’attacco attraverso l’informazione: se si prende in considerazione l’aspetto cognitivo, si può immaginare il seguente scenario. Il consigliere addetto a questa funzione fa versare dei fondi a una fondazione privata sostenuta dalla ditta. All’interno di questa fondazione, un uomo di fiducia utilizzerà questo denaro indirizzandolo verso un’ONG che si è posta come obiettivo la protezione dell’ambiente. La manovra consiste poi nel sensibilizzare l’ONG riguardo a questo dossier, comunicandole indirettamente delle informazioni verificabili (quindi non manipolate) sulle malefatte della multinazionale concorrente. L’ONG diffonde attraverso il suo sito internet messaggi negativi contro il progetto del concorrente. La catena cognitiva è così creata. In seguito si tratta di saperla attivare consapevolmente per destabilizzare il bersaglio;
  • il punto di forza dell’attacco cognitivo non è ingannare o disinformare, ma alimentare una polemica pertinente appurata per mezzo di fatti oggettivi. Il livello della cospirazione si limita all’installazione e all’attivazione della catena informativa. Ma più la polemica è “fondata”, meno è facile dimostrare la cospirazione, anche solo teoricamente.

 

Un altro esempio indicato dallo studioso francese è altrettanto significativo.

Degli esperti della Banca Mondiale devono esprimere un parere decisivo sul finanziamento di una parte del progetto. La forza attaccante può allora far entrare in gioco un’equipe particolare che avrà come obiettivo indebolire la personalità dei rappresentanti della Banca Mondiale. L’attualità ci ha permesso di ricostruire quello che potrebbe essere il susseguirsi degli avvenimenti. Il primo attacco è costituito da qualche volantino abbandonato nei dintorni della sede della banca indicante il nome delle persone responsabili del caso. Si tratta di farle uscire dall’anonimato e dare alla loro decisione un carattere pubblico suscettibile di essere poi denunciato davanti all’opinione pubblica. Un secondo attacco può sopraggiungere a seguito di una micro-manifestazione (una persona si aggrappa alla facciata dello stabile e si fa filmare da una troupe televisiva). Il carattere agit-prop di questa rivendicazione maschera il significato nascosto dell’operazione che è di iscrivere nel tempo la denuncia dei potenziali colpevoli nella decisione di un caso che potrebbe nuocere all’ambiente.

Non c’è dubbio che la nascita e lo sviluppo di internet hanno indubbiamente agevolata la guerra cognitiva. L’antagonismo posto in essere contro  l’Accordo Multilaterale sugli Investimenti (AMI) è illuminante ed è non a caso diventato un caso di studio. Il processo di destabilizzazione attuato si è concretizzato attraverso fasi molto precise che Harbulot indica lucidamente:

  1. prima tappa: la divulgazione tramite internet di un documento redatto con discrezione da parte di esperti dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico;
  2. seconda tappa: il lancio di un dibattito sui forum di discussione e attraverso mailing-list sul contenuto dell’AMI. Il dibattito è gestito da alcuni contestatori nordamericani che trovano molto rapidamente dei punti d’appoggio in Europa e nei paesi del Sud;
  3. terza tappa: la risonanza mediatica di questo dibattito che colpisce soltanto alcune centinaia di persone, ma che suscita l’interesse di molti giornalisti a causa dei suoi punti d’ancoraggio (eccezione culturale, arroganza delle multinazionali, attentato al diritto dei popoli di disporre di sé, ingiustizia rispetto ai paesi in via di sviluppo…);
  4. quarta tappa: manifestazione simbolica davanti alla sede dell’OCSE. La presenza di membri della sinistra plurale nel corteo dei manifestanti crea la breccia nella quale si riverserà l’attacco asimmetrico. Alcuni comunisti e alcuni verdi minacciano di lasciare la coalizione di governo di Lionel Jospin se la Francia continuerà a sostenere il progetto dell’AMI;
  5. quinta tappa: le casse di risonanza mediatiche ingigantiscono la portata dell’evento e costringono Lionel Jospin a ritirare la Francia dalle discussioni sull’AMI. L’OCSE, particolarmente mediocre nella comunicazione dal forte al debole, annuncia l’abbandono del progetto nella sua forma attuale.

Questa contestazione di origine sociale-precisa Harbulot- non rimarrà senza conseguenze.

 

L’associazione ATTAC, i movimenti di protezione ambientale, la campagna anti-OGM, i gruppi “no global” le succederanno facendo risaltare il punto comune a queste differenti dinamiche d’azione: il processo d’attacco cognitivo in un rapporto debole contro forte.

Di analogo interesse nel contesto della guerra cognitiva  è il caso Monsanto.

La società Monsanto ha subito una grave battuta d’arresto nel campo degli OGM. In questo campo come in altri, gli effetti delle polemiche orchestrate in un rapporto debole contro forte avranno delle importanti conseguenze sulle mosse degli attori. È interessante constatare che i ricercatori americani, esperti di conflitti asimmetrici o di guerre cognitive, hanno molte difficoltà ad analizzare il contenuto di queste guerriglie informative del debole contro il forte. Il motivo, sottolinea Harbulot, è semplice: ponendo come postulato di partenza che il sistema americano è un modello per il mondo, questi autori sono prigionieri di una griglia di lettura etnocentrica che impedisce loro una lettura realistica degli eventi esterni alla loro cultura.

Così, un ricercatore della Monsanto non può capire perché un agricoltore si adoperi per boicottare un seme concepito per non essere riutilizzato. Questa innovazione genetica è per l’industria agrochimica americana una fonte di guadagno e di attività supplementari. Ma essa è una fonte di dipendenza insopportabile per alcuni dei suoi clienti del mondo agricolo. Questa reazione di rigetto non può essere capita dallo stato maggiore della Monsanto poiché non rientra nella griglia di lettura degli scienziati o dei cost killer della multinazionale. La guerra cognitiva condotta dalla Monsanto consiste nel mobilitare tutti i mezzi psicologici per influire sui comportamenti futuri dei consumatori. Lo sforzo manageriale si concentra allora sul trasferimento delle tecniche psy ops (operazioni psicologiche) testate dall’esercito americano nel modus operandi della marketing intelligence. In questa guerra del forte contro il debole, gli americani alla fine rischiano di confrontarsi con delle crisi di rigetto che vanno oltre l’ambito locale.

ANNO IV NUMERO 2


Bibliografia  

Christian Harbulot -Didier Lucas ,La guerre cognitive .L’arme de la connaissance, Lavauzelle,2004

Christian Harbulot è direttore della  Ecole de Guerre Économique e direttore associato  di Spin Partners.

 

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