Insegnare la relatività alla nonna

Un progetto del Rotary e del CNR per educare i giovani alla divulgazione scientifica e, più in generale, alla chiarezza e alla semplicità espositiva

Insegnante di italiano, latino, greco, ricercatore IRRSAE E.-R., formatore, consulente e coordinatore del Ministero, docente Università di Bologna e Pisa. Autore di libri di testo per la scuola, collaboratore del CNR

 

 

“Le parole sono fatte, prima che per essere dette, per essere capite. Chi non si fa capire viola la libertà di parola dei suoi ascoltatori. È un maleducato, se parla in privato. È qualcosa di peggio se è un giornalista, un insegnante, un dipendente pubblico, un eletto dal popolo, uno scienziato”.

Queste parole, poste in esergo, di Tullio de Mauro sottolineano la dimensione etica della chiarezza, il dovere di farsi capire. In Italia la linea più breve tra due punti è l’arabesco, diceva Flaiano. Siamo contorti, soprattutto quando impreziosiamo i nostri ragionamenti.

La divulgazione è linguaggio diretto, chiaro, semplice, rispettoso dell’interlocutore. Educare i giovani al rispetto linguistico, alla capacità di farsi comprendere e di comprendere è parte di un’educazione alla democrazia.

In queste pagine presento un progetto promosso dal Rotary in sinergia col CNR dell’Area della Ricerca di Bologna, al quale lavoro da un decennio. Ogni anno viene inviata alle scuole medie e superiori che partecipano, ormai più di 200 nell’intera regione Emilia Romagna e col coinvolgimento di oltre 5.000 studenti, una lista di argomenti scientifici di stretta attualità. Questi vengono poi illustrati in una serie di incontri da ricercatori del CNR, in accordo con gli insegnanti delle classi partecipanti.

Il sottoscritto fa una serie di lezioni di “grammatica della divulgazione”. Durante l’anno i ragazzi devono elaborare un testo (un articolo, un poster, un filmato, uno spot, ecc.) che divulghi i contenuti oggetto degli incontri, ed in ottobre i prodotti delle scuole sono presentati in un convegno sempre molto affollato.
Il progetto, regolarmente presentato al Festival della Scienza di Genova, è stato più volte premiato tra le best practices nel campo dell’educazione linguistica e della divulgazione scientifica in ambito europeo, ed ha costituito il modello per analoghi percorsi educativi presso altre sedi italiane del CNR.

Lo slogan del progetto è una frase di Einstein, che figura quasi in esergo a tutte le presentazioni del Linguaggio della ricerca: You do not really understand something unless you can explain it to your grandmather.
Einstein sostiene che la chiarezza e la semplicità, nell’esporre una teoria complessa, servono, oltre che alla nonna, a lui stesso. Quando, nell’esporre le mie teorie, ho raggiunto un grado di chiarezza, trasparenza, limpidezza espositiva tali che anche mia nonna le comprende, allora sono sicuro di averle capite anch’io.

Il fatto che la nonna abbia capito è la garanzia, la riprova del fatto che lui, Einstein, ha capito. Dunque, la chiarezza e la semplicità come garanzia, come termometro della propria avvenuta comprensione. E questa riflessività della divulgazione, il fatto cioè che i benefici della divulgazione ritornino a boomerang sul divulgatore stesso, vale a maggior ragione nel progetto in questione.

Qui infatti la divulgazione è, necessariamente, una simulazione: i prodotti presentati dalle classi sono indirizzati non al grande pubblico, ma a una commissione giudicatrice fatta di scienziati, i quali certo non hanno bisogno che gli studenti spieghino loro le cose.

È una domanda retorica quella che il CNR pone allo studente, il quale potrebbe rispondere: “perché me lo chiedi, se tu lo sai già?”. E allora a chi serve la divulgazione, in questo caso? Agli studenti stessi, ad un tempo emittenti e destinatari del messaggio divulgativo.

Com’è giusto che sia, visto che l’iniziativa mira proprio a promuovere l’educazione linguistica e la cultura scientifica dei giovani.

Un vizio soprattutto italiano

Pensando a quanta poca chiarezza c’è spesso nei discorsi di certi scienziati, dovremmo concludere – se accettiamo il pensiero di Einstein – che loro stessi non hanno capito bene i contenuti di cui parlano in modo così oscuro.

Ma forse questo dipende da un vizio tutto accademico e italiano consistente nello scrivere, anche in articoli divulgativi, come se il destinatario fosse sempre uno di loro. Forse ritengono che al di sotto di una certa soglia di semplificazione i contenuti subiscano una banalizzazione tale da rendere la divulgazione priva di significato.

Ma la divulgazione segna solo l’inizio di un discorso, quindi conta per la curiosità che riesce ad accendere piuttosto che per la completezza dei contenuti trasmessi. E poi il valore dell’acquisizione culturale non è assoluto, ma relativo ai livelli di partenza: anni fa alunni del liceo classico Galvani di Bologna scelsero come destinatari i bimbi di una scuola materna.

Se produce un incremento significativo di conoscenze, la divulgazione ha già raggiunto uno scopo. Non devo, io divulgatore, avere la pretesa di spiegare tutto. E nemmeno di essere assolutamente preciso.
Io spiego i concetti centrali, quella che è la sostanza del problema. Se poi qualcuno vuole capirne di più e non si accontenta di quello che gli ho detto, benissimo. È questo uno degli scopi della divulgazione, suscitare interessi, invogliare a conoscere.

Cos’è la divulgazione?

In cosa può consistere una didattica della divulgazione? Su quali aspetti linguistici conviene fare esercitare gli studenti? Come in tutti i problemi di ardua e complessa soluzione conviene valorizzare la dimensione metacognitiva. Si tratta cioè di fare della meta-divulgazione, ovvero una riflessione su cosa sia la divulgazione. Che si può considerare come un capitolo del più vasto problema della traduzione. Il punto è sempre quello di conciliare la chiarezza, la comprensibilità, l’efficacia del messaggio con la necessità di limitare le perdite (il tasso di lost in translation).

Parto da un’implicita definizione di divulgazione che ricavo da un’intervista fatta a Piero Angela: “Qualcuno le ha detto signor Angela, lei è bravo ma noioso? – No, non me lo ha mai detto nessuno … Sono normale, sono me stesso, uno di famiglia, che cerca di semplificare le cose complicate. Il mio linguaggio sta dalla parte del pubblico, i contenuti dalla parte degli scienziati” (Da un’intervista a Piero Angela, La Repubblica, 7/12/ 2008).

Come si fa ad essere nel contempo rigorosi (mettersi dalla parte degli scienziati), semplici (il mio linguaggio sta dalla parte del pubblico), efficaci e, se si può, anche divertenti (nessuno mi ha mai detto che sono noioso)? È l’obiettivo che il progetto Rotary CNR si propone annualmente.

 

Fonte immagine: Reading Book Concept Winged Pages – Shutterstock/EasternLightcraft