Dalla Sick Building Syndrome al Benessere nei luoghi di lavoro

   Silvia Zanichelli – Architetto, Interior Designer, Esperta di Psicologia architettonica

   Maria MazzaliPsichiatra, Psicanalista, Consulente per le Risorse umane e per la Psicologia dell’abitare

Passiamo il 90% del tempo in luoghi chiusi, va da sé che la qualità degli ambienti ci condiziona significativamente e a molti livelli.

Nel lavoro, la produttività è direttamente correlata al benessere psicofisico di cui godiamo o meno dentro i nostri uffici. Sia chiaro, parliamo di produttività non per “spremere” chi lavora, ma per creare benessere: chi non vorrebbe lavorare in un ambiente che lo fa stare bene, essere volontariamente portato a dare il meglio di sé e sentirsi parte integrante dell’azienda? E chi non vorrebbe far sentire così i lavoratori della propria impresa? Qui parliamo di mettere in pratica strategie per un risultato in cui tutti sono soddisfatti. 

Il benessere della persona all’interno di un ambiente si può analizzare su molti piani. 

Lo spazio fisico

Partiamo dalla salute fisica, legata alla salubrità dell’aria, all’emissione di sostanze nocive, ai rumori pericolosi, e così via. A metà degli anni ’70 è stata scoperta la cosiddetta Sindrome dell’edificio malato (Sick Building Syndrome, SBS). I ricercatori hanno analizzato i frequenti malesseri del lunedì mattina sul posto di lavoro, non dando per scontato che fossero tutti di origine psicologica, come si è portati a pensare. Al contrario hanno dimostrato che esistono fattori di disturbo della salute che si trovano in maggior concentrazione proprio alla riapertura dopo il week-end. Una delle cause è l’impianto di aria, che sia riscaldamento ad aria, aria condizionata o di un’Unità Trattamento Aria primaria. L’inattività di questi impianti per i giorni di chiusura del fine settimana o delle ferie crea le condizioni per il proliferare di spore e acari che circolano naturalmente nell’aria, che al riavviarsi dell’impianto vengono immessi negli ambienti in concentrazione maggiore del solito. Le conseguenze, soprattutto nei soggetti più sensibili, possono essere affaticamento degli occhi, lacrimazione, sensazione di “aria viziata” e condizioni di malessere generale come mal di testa e stanchezza; in soggetti predisposti, anche lievi sintomi di tipo asmatico o allergico. La conseguenza è una ridotta capacità lavorativa e un allontanamento da condizioni di benessere.

Le prime segnalazioni e gli studi conseguenti sono stati condotti nei luoghi di lavoro, ma la stessa situazione si presenta anche nelle nostre case: l’aria peggiore con cui di solito veniamo in contatto è quella delle nostre camere letto al mattino, dovuta all’elevata concentrazione di anidride carbonica.

Lo spazio psicologico

Una cosa è lavorare “al buio” (tecnicamente: con un livello di illuminamento non adeguato al nostro compito visivo, che ci rende difficoltoso svolgere le nostre mansioni), un’altra è godere di un buon illuminamento, ma avere tuttavia una scrivania molto chiara di un materiale leggermente riflettente che ci abbaglia un pochino ogni giorno (ovvero ci dà disability glare). 

Ci sono tanti aspetti legati sempre allo stato fisico, ma più sottili, parliamo ad esempio delle percezioni termoigrometriche (temperatura e umidità): le discussioni sulla temperatura, sulla quantità di aria, le finestre aperte o chiuse, sono talmente all’ordine del giorno da essere diventate un cliché. E se guardiamo bene nel dettaglio si tratta sempre di piccole variazioni, ma che vengono percepite in modo significativo: un grado, o anche mezzo, si sentono eccome! 

Insomma c’è chi ama stare nella penombra con solo una lampada diretta sulla tastiera e chi vorrebbe “luci a San Siro”. Chi ama il silenzio perfetto e chi invece fatica a concentrarsi e vorrebbe un sottofondo di musica o di rumore bianco. Ognuno di noi ha gusti personali e diversi da quelli degli altri. Qui ci viene in aiuto l’ergonomia: quella disciplina che cerca di ottimizzare l’interazione tra l’uomo e il suo ambiente, migliorando i processi, lo spazio e il sistema posturale, ci offre indicazioni di media per garantire a tutti un discreto livello di comfort.

È nel 2008 con il D.Lgs 81 che si cominciano a codificare una serie di disposizioni per il benessere sul luogo di lavoro. La norma introduce una grande novità parlando per la prima volta di senso di isolamento spaziale, di risolvere le difficoltà nel comunicare, utilizzando termini come insoddisfazione, demotivazione, stress, indicando la necessità di poter avere una vista verso l’esterno, di utilizzare tinte chiare alle pareti ove possibile, e così via.

Dal 2008 ad oggi si sono moltiplicati gli studi e le ricerche in ambito di benessere sul luogo di lavoro e molte sono le direttive per una buona progettazione. 

Lo spazio emotivo

Ma come mai anche in ambienti riscaldati il giusto, senza odori sgradevoli, senza particolari disagi, con le sedute ergonomiche, spesso non ci sentiamo comunque completamente a nostro agio? 

Quello con i luoghi è un legame profondo e complesso: il rapporto emotivo quotidiano con l’ambiente si sviluppa in modo inconscio e si avvale della percezione di forme, colori, stile, odori, spazi, luce e vista panoramica. Se non si stabilisce un rapporto di appartenenza e familiarità, può iniziare un rifiuto importante che spesso causa un distacco emotivo e può contribuire alla decisione di cambiare azienda (non a caso si parla di “posto di lavoro” o “luogo di lavoro”). Questo evento non fa che stancare la risorsa e deludere il datore di lavoro in un circolo vizioso dove non ci sono né vinti, né vincitori, ma solo un dispendio energetico di entrambe le parti. 

Allora come si fa? Se davvero vogliamo stare bene e far stare bene, il primo passo è prendere in considerazione non solo i bisogni, ma anche i desideri. 

Il desiderio di privacy è uno dei più forti. È stato appurato che mettere la persona in vetrina, con pareti vetrate oppure in un open-space, aiuta la performance solo nel caso in cui l’individuo sia sicuro del compito che sta svolgendo, altrimenti è controproducente. Essere in vista può essere uno stimolo per la produttività, ma anche un motivo di disagio: le conversazioni con i familiari saranno pubbliche, e quelle con clienti e fornitori, dal momento in cui vengono ascoltate dai vicini, saranno più rigide e meno spontanee. Il disagio che si crea obbliga la persona a comportamenti di “cut-off”, esclusione sensoriale degli stimoli esterni, che però impegna risorse mentali, che alla fine della giornata aumentano il conto della stanchezza.

Nella sezione precedente abbiamo parlato di ergonomia: ma c’è anche chi la definisce come quella disciplina che progetta cose che devono andare bene per tutti, ma che alla fine non vanno bene per nessuno. Non vogliamo rimangiarci quello che abbiamo scritto, ma… La percezione di controllo da parte dell’utente sul suo spazio è altrettanto importante così come la possibilità di personalizzazione. Addirittura l’interazione con gli utenti attraverso interviste è già di per sé un elemento che crea soddisfazione, prima ancora dell’elaborazione di un miglioramento.

I dettagli che ci influenzano a livello emotivo sono talmente sottili che anche gli oggetti presenti nella stanza sono in grado di polarizzare la mente verso emozioni differenti. Uno degli esperimenti più sorprendenti da questo punto di vista ha osservato che i colloqui avvenuti in presenza di una valigetta ventiquattrore di tipo professionale sono risultati più rigidi di quelli avvenuti con uno zaino da trekking. L’esortazione quindi è quella di prestare attenzione ai dettagli e alle emozioni che possono suscitare, anche quando sembrano inutili o ai margini dell’azione. 

Prima noi plasmiamo i nostri edifici, e poi essi plasmano noi. 

Winston Churchill 

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