L’école de guerre économique Francese: una visione alternativa della mondializzazione

Introduzione al volume di Giuseppe Gagliano SFIDE GEOECONOMICHE – La conquista dello spazio economico nel Mondo contemporaneo, Roma, Fuoco Edizioni, 2017 Part #2

L’esistenza di aziende multinazionali non modifica il quadro geo˗economico proposto dalla EGE (École de guerre économique). Si capisce subito qual è il paese di origine delle grandi multinazionali, lo stesso paese che esse appoggiano e dal quale vengono appoggiate. Le cosiddette “multinazionali” sono molto più nazionali di quello che sembrerebbe a prima vista. I vari stati, nella loro politica economica, cercano di promuovere aziende leader in particolari settori strategici: basti pensare, nell’aerospaziale, alla Boeing e alla Lockheed˗Martin americane, ma anche alla stessa Francia con Dassault, Airbus ed Arianespace. Gli Stati Uniti sono sempre stati consapevoli che lo Stato può farsi carico di compiti che le imprese, legate ad una logica di profitto immediato, non possono assumere. Si cita a tal proposito Defence Advanced Research Project Agency, la “madre” di Internet e le mosse riguardo la vendita di sistemi e armamenti dei primi mesi di presidenza Trump.

Gli Stati assumono però sempre più ruoli ambivalenti di partner/concorrente e sempre meno quelli di alleato/avversario. Si pensi, ad esempio, alla complessità del rapporto Cina˗USA: rivali nell’Africa subsahariana, dove si affrontano in una guerra per le risorse naturali senza esclusione di colpi, ma reciprocamente dipendenti a causa dei buoni del Tesoro americano posseduti dalle banche cinesi, senza dimenticare i consistenti investimenti diretti americani in Cina.

A Pechino interessano essenzialmente i due classici obiettivi della politica economica all’estero: l’accesso alle materie prime e il posizionamento nei mercati. La presenza cinese in Africa è diventata talmente opprimente che in molti Stati africani si verificano sempre più forti segnali di rivolta rispetto a questa pervasiva invasione economico˗finanziaria.

Riguardo l’Europa, è noto il progetto della “Nuova Via della Seta”, una serie di grandi arterie terrestri e marittime per far affluire nel nostro continente le merci cinesi. La cosa che merita comunque di essere notata è che alle faraoniche e farraginose organizzazioni internazionali tanto care agli occidentali i cinesi preferiscono i rapporti bilaterali tra Stati, oppure operare attraverso le nuove organizzazioni internazionali da essi promosse o guidate, come la Banca di sviluppo multilaterale dei Paesi BRICS e la AIIB (Asian Infrastructure Investment Bank). La battaglia prosegue dai territori alla rete. Non è difficile rendersi conto che il World Wide Web non è universale, ma intimamente statunitense. Il Web è un modo potentissimo per veicolare nel mondo la lingua e la cultura anglosassoni. Gli informatici sono sottoposti ad un vero e proprio social learning, che fa considerare loro naturale il fatto che il settore dove lavorano sia monopolizzato da colossi privati americani. I più geniali tra loro, poi, potranno lavorare negli Stati Uniti. L’immigrazione di lusso, considerata dal politically correct segno di accoglienza e di democraticità è in verità un sistema per rafforzare la propria “economia della conoscenza” e indebolire quella degli altri paesi.

La quasi totalità dell’informatica popolare (Apple, Microsoft, Google/Android) è monopolizzata dagli Stati Uniti: l’hardware è prodotto in Asia (Cina, Taiwan, ecc.), ma il software è rigorosamente statunitense. Le attuali norme internazionali nel campo delle comunicazioni e dell’elettronica sono americane o perfettamente modellate sulla base delle esigenze delle imprese americane, che hanno imposto la propria governance e le proprie regole in quasi tutti i settori delle scienze informatiche (si veda il caso eclatante di ICANN, il gestore mondiale dei domini Internet). Internet è diventato il maggior campo di battaglia per la guerra informativa: i casi di Anonymous e WikiLeaks sono solo la punta dell’iceberg. In questo ambito, il fatto che tutti i principali motori di ricerca, Google in testa, e tutti i grandi social network, come Twitter e Facebook, siano americani dà agli Stati Uniti un potere globale enorme. È noto che queste aziende collaborano con l’NSA e gli altri servizi d’informazione americani, pertanto non è un caso che Russia e Cina stiano cercando di sostituire Windows con sistemi operativi nazionali basati sul sistema open˗source Linux, e che soprattutto la Cina utilizzi social network autoctoni. La spiegazione americana è che questo sia dovuto al carattere dittatoriale dei regimi cinese e russo, ma si tratta di una spiegazione a dir poco superficiale.

Quindi si parla molto di cyberwarfare, ed a ragione. Nel 2010 fu identificato Stuxnet, un malware “militare” avente lo scopo di danneggiare le centrifughe iraniane per l’arricchimento dell’uranio, di provenienza Siemens.

Nel 2013 “DragonFly”, un gruppo di hacker russi, è riuscito a penetrare nei computer di diverse centrali elettriche occidentali, tra cui centrali nucleari, anche americane. Gli attacchi degli hacker avvengono ormai quotidianamente su scala globale con accuse reciproche e colpiscono sia entità pubbliche che aziende private, anche di modeste dimensioni e perfino gli ospedali.

Così la EGE è nata come progetto destinato soprattutto allo sviluppo dell’intelligence economica. L’esempio da seguire è sempre quello degli Stati Uniti, che dopo la caduta del Muro di Berlino hanno riconvertito la CIA proprio su questo fronte. Una migliore conoscenza dell’ambiente in cui ci si trova ad operare e dei concorrenti da battere è indispensabile per potersi assicurare commesse importanti all’estero e meglio posizionarsi nei mercati.

I nuovi equilibri che si stabiliscono tra concorrenza e cooperazione fanno sì che le strategie industriali ormai poggino essenzialmente sulle attitudini delle imprese ad accedere alle notizie strategiche e riservate, per anticipare le strategie dei concorrenti, le loro tattiche e le mosse future.

La nuova frontiera dell’intelligence è comunque certamente quella che gli americani chiamano “information warfare” ed i francesi “guerra cognitiva”.

Come scrive Gagliano, quest’ultima fa parte della più ampia nozione di guerra economica, ossia una forma di rapporti di forza non prettamente militare.

John Arquilla e David Rundfeldt, esperti RAND[1] della guerra in rete (netwar), hanno affermato che non sarà chi ha la bomba più grossa a prevalere nei conflitti di domani, ma chi racconterà la storia migliore. In quest’ottica, fin dal 1997 gli americani hanno iniziato a parlare di “information dominance”. La disinformazione opera attraverso la deformazione dei messaggi informativi: fatti autentici vengono presentati in modo da alterarne il significato. Il fine è quello di sfruttare le percezioni e i pregiudizi del target per falsarne le opinioni e perciò condurlo a prendere decisioni che danneggiano i suoi stessi interessi.

Se la disinformazione ha lo scopo di impedire che il target abbia una visione del mondo adeguata e veritiera, la propaganda ha invece lo scopo di infondere una visione del mondo eterodiretta. Fondamentali in questo ambito sono le organizzazioni preposte agli scambi culturali.

Lungi dal diventare quella forma di “privatizzazione” delle relazioni internazionali che, aggirando la ragion di stato, avrebbe dovuto portare ad un nuovo avvenire di pace, solidarietà e prosperità le ONG si sono spesso rivelate per gli Stati ottimi “contractors” a cui delegare azioni di vario genere, tra cui la propaganda. Un esempio di queste è secondo gli studiosi francesi, la National Endowment for Democracy (NED, Fondo Nazionale per la Democrazia), organizzazione privata non˗profit avente lo scopo di diffondere il modello politico statunitense all’estero. Anche la Cina è attentissima alla propria immagine all’estero, soprattutto tramite gli “Istituti Confucio”, dipendenti direttamente dal Ministero dell’Istruzione di Pechino, che hanno lo scopo di diffondere la lingua e la cultura cinesi, ma sono allo stesso tempo considerati centri di intelligence, anche economica, nei Paesi ospitanti.

La guerra informativa sta invadendo qualsiasi campo della vita occidentale, dalla politica (i famosi spin doctors) all’economia (basti pensare a quante risorse sono spese dalle grandi aziende per gestire le “crisi” del loro brand sui social network), alla grande informazione che è diventata negli ultimi anni sempre più omologata e manipolativa, utilizzando tecniche che puntano alla reazione emotiva piuttosto che alla riflessione razionale. L’accostamento superficiale e specioso di determinate idee o gruppi ad altri, di cui sia generalmente condivisa la negatività oppure la non credibilità (come la vasta galassia “complottista”) è un vecchio mezzo di lotta politica ridiventato di grande attualità nei mass media. La stessa campagna contro le fake news, in sé correttissima, può diventare un comodo mezzo per mettere a tacere notizie autentiche, ma che non corrispondono alla narrazione in voga.

Il danno più grave dato dalla guerra informativa illimitata è quello patito dalla società civile, che viene sempre più manipolata. Senza una corretta informazione non può esistere democrazia. La guerra informativa sta provocando un’entropia culturale di narrazioni e contronarrazioni, tutte parziali, che rende i cittadini sempre più spaesati e sempre meno in grado di partecipare alla vita sociale della propria nazione, non essendo più capaci di discernere ciò che è vero da ciò che non lo è. Insomma se un tempo l’informazione veniva occultata, ora viene soprattutto manipolata o, per dirla alla Sun Tzu, “trasformata”.

L’idea cardine dell’EGE è che la Francia, dopo aver vissuto secoli di splendore, ha iniziato un penoso declino da grande potenza a media potenza, che non si potrà arrestare se non si passerà ad un deciso “patriottismo economico”. La causa è identificata nella dittatura culturale e linguistica anglosassone. L’inglese da lingua di emigranti è diventata la lingua dei manager e il francese, che per secoli era stata la lingua veicolare delle élites europee, non è più utilizzata, soppiantata perfino dal tedesco. Un osservatore esterno potrebbe invero pensare che la Francia non sia affatto in condizioni così pessime, che non possa considerarsi una indifesa vittima della globalizzazione, ma un vero e proprio attore di quest’ultima. In verità il Paese transalpino ha una serie di ottime carte da giocare: è potenza nucleare, è membro permanente del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è da secoli presente in Africa. Ha un suo complesso militare˗industriale che, anche se non raggiunge le dimensioni di quello statunitense, è comunque di tutto rispetto. Non è un caso che oggi per i tedeschi la collaborazione della Francia sia l’unica strategia vitale. Si ha così l’asse Berlino˗Parigi, dove i tedeschi contribuiscono con la potenza economica e i francesi con la potenza politica.

Germania e Francia si sentono, senza nemmeno farne troppo mistero, i padroni dell’Eurozona, ed infatti non si preoccupano molto, quando questi vanno contro il loro interesse, dei vincoli europei. La risposta da parte inglese è stata la famosa Brexit, che al di là delle favellazioni mediatiche, altro non è che la riproposizione della vecchia strategia churchilliana del “Gran Largo”.  Alla Gran Bretagna conviene rinsaldare i rapporti economici con l’Anglosfera, della quale è la progenitrice, piuttosto che puntare su un continente avviluppato in una spirale di contraddizioni, dalle quali non è capace di uscire e dominato da due avversari. L’approccio assolutamente anticonformista dell’EGE porta ad alcune considerazioni molto importanti per quanto riguarda la guerra economica e le sue conseguenze. La coopetition mette in crisi la classica dicotomia “amico˗nemico” così genialmente descritta da Clausewitz, però fa risplendere la sua grande intuizione secondo cui l’obiettivo della guerra, di qualsiasi genere essa sia, non è tanto di annichilire l’avversario, quanto di piegarlo alla propria volontà.

Per concludere, la guerra economica è soprattutto, come il conflitto tradizionale, uno scontro tra Stati nazionali. Le imprese, sia pure grandi, giocano un ruolo subordinato. L’evoluzione dei rapporti post guerra fredda, scrive Gagliano nel suo saggio, e le alleanze non più solo militari consentono oggi di non sentirsi vincolati per sempre ai propri partner, ma invece di considerarli perfino e, quando occorre, dei concorrenti ed agire così di conseguenza.

Gagliano, prendendo le mosse dal noto concetto Clausewiziano di “duello di volontà” afferma che “nel mondo post bipolare, il mondo dominato da più potenze, non è lo scacchiere dove due giocatori (i duellanti) muovono di volta in volta le loro pedine, ma è su scacchiere sovrapposte e nell’ambito di partite diverse, eppure assolutamente legate le une alle altre”.

Così vivremo in un mondo governato da un multipolarismo a tre blocchi con una preponderanza asiatica, quello che nel saggio “Trasformare il futuro” è stato definito “la Triade: Usa Russia Cina” mentre tutti gli altri, Europa compresa, afferma profeticamente Gagliano, sono sempre più vicini ad un nuovo, ipotetico “Terzo Mondo”.

Per chi, come molti di noi, non è ancora rassegnato a questo finale, resta come antidoto l’interessante e assai istruttiva lettura del brillante saggio di Giuseppe

[1]     Istituto privato che trae il nome dalla contrazione di RESEARCH & DEVELOPMENT e connette la ricerca scientifica e militare, nato alla fine della seconda guerra mondiale in California presso la sede della Douglas Aircraft Company (n. d. d.).

 

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