L’École de Guerre Économique francese: una visione alternativa della mondializzazione

Sommario - Introduzione al volume di Giuseppe Gagliano SFIDE GEOECONOMICHE - La conquista dello spazio economico nel Mondo contemporaneo, Roma, Fuoco Edizioni, 2017

L’École de Guerre Économique (EGE) nasce in Francia, nell’ormai lontano 1997, su raccomandazione della Commission Intelligence Economique et Stratégie des Entreprises, presieduta da Henri Martre, manager legato al mondo dell’industria aerospaziale francese, in seno al cosiddetto Commissariat Général au Plan (CGP), l’istituzione governativa fondata nel 1946 per la pianificazione economica francese, dal 2006 Centre d’analyse stratégique (CAS). Il principale fautore della EGE è il generale Jean Pichot˗Duclos, ideatore dell’agenzia di intelligence economica Intelco.

Al suo fianco Christian Harbulot, primo vero stratega della guerra economica.

La riflessione della Ecole de guerre économique è molto interessante, perché costituisce un’alternativa, accademicamente impeccabile dal punto di vista metodologico e scientifico e perciò assolutamente non assimilabile a certe tesi cosiddette “cospirazioniste”, alla narrazione mainstream della mondializzazione a guida americana e a tutte le riflessioni politologiche e giuridiche sulla global governance.

Come ha scritto molto lucidamente Henry Kissinger, anche se non pensano di confrontarsi militarmente, anche se cooperano quotidianamente in decine di organizzazioni internazionali, gli Stati rimangono tra loro profondamente antagonisti. Edward Luttwak ha più tardi introdotto il concetto di “economia da combattimento”, poi ripreso e definito compiutamente dalla EGE.

Per meglio inquadrare il pensiero e le riflessioni della Scuola di guerra economica francese è opportuno compiere un breve excursus storico sulla genesi del sistema globale odierno.

Di fronte a due guerre mondiali scatenate dalla volontà germanica di dominare l’intera Europa, gli Stati Uniti, costretti loro malgrado ad intervenire, decisero nel 1945 di dare vita ad un nuovo sistema di governance globale, attraverso una serie di istituzioni internazionali che fosse in grado di evitare ulteriori conflitti. Usciti dalla guerra come la maggior potenza economica e la sola dotata di armamento nucleare, agli USA spettava essere i garanti della pace con la collaborazione di altre potenze regionali (Regno Unito, Francia, Unione Sovietica, Cina), mentre gli altri Stati sarebbero stati smilitarizzati.

Roosevelt riconobbe nella autarchia e nel protezionismo, a seguito della grande crisi del 1929, la causa prima della guerra e si adoperò quindi per un mondo liberoscambista, creato tuttavia ad immagine e somiglianza degli Stati Uniti, il cui principale scopo avrebbe dovuto essere quello di deviare all’estero l’enorme surplus commerciale e finanziario americano, che altrimenti avrebbe potuto generare una nuova grande crisi.

A Bretton Woods il disegno americano riuscì nel suo primo obiettivo, quello di smantellare l’area della sterlina e di fare del dollaro la moneta mondiale, ma non nel secondo, quello di legare al sistema l’Unione Sovietica, che invece per ragioni ideologiche e geopolitiche scelse un suo percorso autonomo. Da qui il “bipolarismo” e la Guerra Fredda.

Il crollo del muro di Berlino è stato per tutti coloro che l’hanno vissuto un momento di liberazione: per decenni gli europei erano vissuti all’ombra del possibile confronto nucleare, anche perché l’URSS sfruttò sempre la pressione militare sull’Europa Occidentale come mezzo di pressione politica sugli USA. Ma già allora agli osservatori più attenti era possibile capire che le armi atomiche erano efficaci proprio in quanto non venivano usate (la strategia, diceva Sun Tzu, è la via del paradosso) e che il conflitto tra i due blocchi si combatteva con ben altri mezzi: guerre per procura, spionaggio, disinformazione.

Con il crollo dell’URSS gli Stati Uniti intravvidero la possibilità di tornare al loro piano iniziale del 1945, un mondo interconnesso dove essi sarebbero stati la potenza economica e politica di riferimento, dirigendo un processo di mondializzazione basato sul loro modello politico, economico e sociale considerato il migliore possibile secondo l’idea, intimamente radicata nella cultura politica USA, del Manifest Destiny. Non solo non potevano esservi “vie al socialismo”, ma nemmeno “vie al capitalismo” che non fossero quella americana.

Si apriva così il “ventennio unipolare”, nel quale gli Stati Uniti, ora divenuti “iperpotenza”, detenevano il monopolio dell’hard power con la loro capacità di intervento militare a livello globale. Né la Russia né la Cina si trovavano in condizione di opporvisi: la prima era nel caos dopo il crollo del socialismo reale, e la seconda aveva da troppo poco tempo imboccato la strada che la avrebbe portata ad essere il colosso economico che è oggi – la fabbrica del mondo.

Il portavoce intellettuale di questa nuova era è stato sicuramente Francis Fukuyama, politologo legato agli ambienti della RAND[1], con la sua idea di “fine della storia”: la democrazia capitalistica occidentale come forma definitiva del governo del mondo e culmine dello sviluppo sociale e culturale dell’umanità. Ironicamente, chi aveva parlato in precedenza di una “fine della storia” come culmine dello sviluppo sociale e culturale dell’umanità era stato Karl Marx riguardo al comunismo.

Fukuyama pensava ad uno scenario di pace perpetua dove il libero scambio delle merci e dei capitali avrebbe unito il mondo sotto l’egida del modello universale della democrazia capitalistica. La globalizzazione a guida statunitense avrebbe portato ad un’integrazione sempre più stretta dei player economici dei vari paesi sempre meno legati ad un territorio di riferimento e ad una drastica riduzione del ruolo dello Stato, in accordo con la vecchia teoria liberale dello “Stato minimo”. Si iniziava così a parlare di “Stato post˗Westfaliano”, non più monopolista delle relazioni internazionali ma attore tra altri attori, come le imprese transnazionali e le organizzazioni non governative. Paradossalmente, Fukuyama pubblicò questo suo articolo in una famosa rivista intitolata The National Interest.

Negli anni Ottanta e Novanta il neoliberismo imperante considerò lo Stato esclusivamente come un ostacolo allo sviluppo economico, alla globalizzazione finanziaria, alla transnazionalizzazione delle imprese e all’intensificazione degli scambi internazionali.

Sempre nei Novanta, l’Unione Europea fu concepita e salutata come la prima entità politica “post˗westfaliana” del nuovo millennio globalizzato, centrata su una moneta unica gestita da una banca centrale privata.

Ma gli Stati Uniti in realtà sono rimasti sempre fedeli al loro “interesse nazionale”, del quale il nuovo ordine mondiale doveva essere un’emanazione.

Iniziarono anzi a parlare di sé stessi come di “nazione indispensabile” per questo ordine mondiale. Ma anche altri Paesi non avevano alcuna intenzione di cedere sovranità alla nuova global governance, a partire dai grandi Stati eurasiatici – Russia, Cina, India – e dall’Islam politico.

Fukuyama fu messo rapidamente da parte dopo l’11 settembre 2001, mentre emergevano Samuel Huntington e lo “scontro di civiltà”: non era detto che la cultura mondiale liberale ed anglofona avrebbe naturalmente vinto, anzi, le millenarie culture tradizionali avrebbero reagito anche violentemente a questa pretesa occidentale di universalità.

La risposta della cultura politica neo˗conservatrice americana fu semplice: far accettare il Manifest Destiny a colpi di hard power. La strategia della “guerra al terrore” era ambiziosa: costruire artificialmente uno stato democratico filo˗occidentale in Iraq che sostituisse la poco fidata Arabia Saudita e che premesse sull’Iran, accerchiato anche ad est dalla presenza occidentale in Afghanistan. Presenza che da una parte avrebbe dovuto influenzare le repubbliche centroasiatiche ex˗sovietiche e dall’altra avrebbe dovuto convincere l’India della sua “alleanza naturale” con gli Stati Uniti, isolando il Pakistan, la cui connivenza con Al˗Qaeda era facilmente identificabile. Il risultato di questa “frontiera avanzata” fu nei fatti disastroso.

Altrettanto fatale la crisi dell’agosto 2007: il mercato finanziario non si autoregolò e la mancanza delle vecchie norme legislative, abolite nel nome del liberismo, fece sì che la crisi finanziaria investisse in modo catastrofico l’economia reale. La grande finanza chiese immediatamente il soccorso degli Stati, fino al giorno prima considerati dall’ideologia economica dominante il male assoluto, ed essi hanno salvato (e continuano a salvare) le banche con i soldi dei contribuenti. Questo tentativo, riuscito, di scaricare sulla società civile i costi della crisi attraverso il denaro pubblico, insieme ai molti altri fattori connaturati alla globalizzazione ha eroso la capacità di acquisto delle popolazioni occidentali, provocando una sempre maggiore competizione allo scopo di accaparrarsi mercati sempre meno ricettivi.

La visione irenica di un liberoscambismo basato su una cavalleresca competizione delle aziende sulla base della qualità del prodotto e della convenienza del prezzo ha lasciato il campo alla dura realtà di una nuova tendenza neomercantilista basata sulla competizione economica tra gli Stati, senza esclusione di colpi anche profondamente sleali. Di fronte alla diminuzione della domanda causata dalla crisi economica, soprattutto in Europa, i mercati sono diventati una risorsa da accaparrarsi con ogni mezzo, lecito o illecito. Non è perciò un caso che le contraddizioni dell’Unione Europea siano esplose proprio con la crisi.

A questo punto è facile prevedere che in futuro le guerre economiche siano destinate ad intensificarsi: il rallentamento dell’innovazione, la penuria di materie prime, la stagnazione del risparmio, le delocalizzazioni, l’esplosione delle ineguaglianze, l’accelerazione della finanziarizzazione delle economie, le migrazioni di massa porteranno a nuovi scenari di grave e ripetuta conflittualità.

È svanito per sempre il sogno presentato per tutti gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso dalla scuola economica prevalente negli Stati Uniti, quello dell’economia di mercato svincolata e autonoma rispetto agli Stati e naturalmente autoregolantesi (la “mano invisibile” di smithiana memoria) fonte di benessere universale, che avrebbe portato alla creazione di un villaggio globale i cui abitanti sarebbero stati consumatori apolidi di prodotti transnazionali.

In verità, gli Stati Uniti non hanno mai rinunciato al carattere nazionale della loro economia. Se gli americani sono sempre stati contrari all’intervento diretto dello Stato nell’economia, hanno pur visto in esso il principale difensore del loro National Interest, che gli permette di favorire lo sviluppo delle proprie imprese tramite la costruzione di un ambiente giuridico, fiscale e infrastrutturale adeguato in patria, e di una rete di appoggio all’estero. Il contrasto con l’ideologia del laissez˗faire e dello “stato minimo”, portate avanti a livello teorico, non potrebbe essere più stridente.

Anzi, proprio negli anni Novanta gli USA hanno fondato la attuale superiorità sul loro complesso militare˗industriale, sul dollaro come moneta degli scambi internazionali e sulle nuove tecnologie informatiche, mescolando abilmente retorica liberista e pratiche mercantiliste a seconda degli interessi in gioco.

Nonostante l’enorme deficit del saldo delle partite correnti, Washington è comunque scrupolosamente attenta alla protezione di alcuni ambiti produttivi strategici, primi tra tutti quelli legati all’aerospaziale, alla difesa e al software.

Certo, il fenomeno della “dedollarizzazione” del commercio mondiale, di cui si parla da qualche anno, ad opera del blocco eurasiatico che si è coagulato attorno all’asse Russia˗Cina, resta un grave pericolo per gli Stati Uniti (per ora in embrione) poiché renderebbe insostenibile l’immenso debito pubblico (ad oggi quasi 20 miliardi di USD) e li costringerebbe a riposizionarsi in modo drastico.

Ma la manipolazione della moneta, considerata in Italia un peccato mortale, è invece una pratica utilizzata spesso e volentieri dai grandi player economici, che negli anni scorsi hanno scatenato vere e proprie guerre valutarie. La svalutazione è un potente mezzo di stimolo alle esportazioni in periodo di recessione, basti pensare alla politica della Bank of England fra il 2008 e il 2009 in favore della sterlina nei confronti dell’euro. I paesi export˗led hanno la necessità di tenere artificialmente bassa la propria moneta, che altrimenti schizzerebbe: la Cina tiene da anni basso il valore dello yuan; il Giappone ha svalutato anch’esso lo yen e, in quanto alla Germania, vive di rendita grazie all’Euro, che le garantisce una “svalutazione competitiva” strutturale.

La moneta fa sia da scudo, diminuendo la competitività dell’avversario, sia da spada, perché favorisce la penetrazione nei mercati esteri. Si tratta di realtà ben note, ma che vengono sistematicamente ignorate dalla narrazione corrente sulle cause della crisi italiana.

(Continua nel prossimo numero) 

Capitale Intellettuale n 2 2017

[1] Istituto privato che trae il nome dalla contrazione di RESEARCH & DEVELOPMENT e connette la ricerca scientifica e militare, nato alla fine della seconda guerra mondiale in California presso la sede della Douglas Aircraft Company (n. d. r.).