Casa Operations Delocalizzazione come strategia di sviluppo.

Delocalizzazione come strategia di sviluppo.

da Capitale Intellettuale

Giovanni Basile

Ingegnere elettronico, Consulente Apco gestionale Sistemi Produttivi

L’evidenza degli ultimi mesi riguardo le politiche produttive della Fiat ha riproposto all’attenzione del mondo industriale la possibilità di utilizzare il decentramento produttivo come strumento di sviluppo e sostenibilità competitiva rispetto alla costante crescita dei paesi emergenti.

La delocalizzazione della produzione, in un paese a basso costo della manodopera, è un’operazione importante per tutte le realtà aziendali che stanno subendo la concorrenza di paesi quali la Cina, in quanto il sistema produttivo italiano per i costi del personale e per tutti gli altri costi indiretti non consente di essere competitivi in tutti i settori.

La rapida crescita di questi paesi sta generando ulteriori possibilità perché, alla ricerca di una riduzione del costo del lavoro, si va sempre più associando una delocalizzazione legata all’apertura di nuovi mercati ed alla possibilità di combattere con le stesse armi dei competitors asiatici.

La scelta di delocalizzare ha spinto infatti le più importanti aziende mondiali a collocarsi in aree strategiche, spostando di fatto la produzione di molte materie prime e buona parte della loro trasformazione proprio in queste aree. Il risultato per molte PMI è di acquistare il prodotto proveniente dall’est e rivenderlo nelle stesse aree oppure sacrificare di fatto quei mercati per mancanza di competitività.

Perché allora non invertire il processo e generare una concorrenza più vicina alle aziende dell’est?

Quali vantaggi economici e di mercato potrebbe ricavare la PMI attraverso una delocalizzazione che avvicini la produzione alle materie prime e sviluppi quei mercati creando una nuova area di interesse, lasciando alle produzioni europee un più alto grado di specializzazione, tecnologia e ricerca?

Molti manager della PMI impresa stanno guardando alla decentralizzazione in modo diverso rispetto al passato, superando le resistenze insite nell’operazione e selezionando in modo accurato i paesi su cui puntare le proprie attenzioni in funzione del:

  • mercato
  • presenza di fornitori
  • logistica
  • disponibilità di manodopera
  • cultura del lavoro

Se in passato si guardava alla decentralizzazione unicamente per il costo della manodopera e per gli aiuti disponibili dei vari stati, oggi si punta alla creazioni di realtà moderne, efficienti e che possano garantire la frammentazione della filiera produttiva, maggiore autonomia, ma soprattutto l’elasticità sempre più difficile nelle aziende europee volta a rappresentare il vero polmone della capacità produttiva di un’azienda.

A conferma di ciò molti imprenditori scelgono di iniziare l’avventura all’estero sfruttando impianti obsoleti, resisi disponibili grazie all’ammodernamento delle realtà storiche, che vengono via via sostituiti con tecnologia più efficiente.

Molte potrebbero essere le implicazioni sociali in una tale operazione, quali la riduzione del livello occupazionale, lo spostamento ad est della tecnologia, la perdita di qualità del prodotto e più in generale una diversa situazione del paese nel suo complesso.

Per questo motivo la scelta di delocalizzare dovrebbe essere intesa come forma di sviluppo anche del sistema Italia, favorendo quei cambiamenti verso costi e produttività più competitivi che sono oggi fortemente stimolati dalle posizioni contrapposte di Fiat e Fiom.

Ogni giorno leggiamo cali costanti di produttività del nostro sistema. Potrebbe un confronto più diretto con i competitors consentirci quelle riflessioni verso un cambiamento che fino ad ora è risultato da tutti agognato ma nella realtà da nessuno mai iniziato?

Un paese che sta cambiando molto rapidamente sotto tutti gli aspetti politico, sociale, culturale e professionale è la Turchia. Per avere idea di questo basta una viaggio ad Istanbul per capire come la trasformazione del paese sia in atto attraverso grandi contrasti nelle abitudini degli abitanti, la presenza di realtà produttive di tutto rispetto con elevata tecnologia ed una mentalità che sempre più tende a quella europea.

La posizione geografica del paese ne fa un corridoio di passaggio culturale, economico, energetico ma soprattutto un ponte tra l’est del mondo che cresce e l’Europa che ristagna, basti pensare al Bosforo ed alla possibilità di vivere in Asia e lavorare in Europa muovendosi all’interno della stessa città.

Un’importante mercato nazionale, una cultura del lavoro in forte crescita, bassi costi e sensibilità verso gli investimenti con grandi agevolazioni rendono la Turchia un luogo molto interessante per una valutazione circa la possibilità di delocalizzare per ogni PMI impresa italiana.

Il costo del lavoro è lontanissimo da quello italiano, basti considerare i dati disponibili sul sito governativo www.invest.gov.tr che riportano i valori del 2009 e che indicano un costo per le aziende sotto i 600 dollari per lavoratore, 45 ore di lavoro contrattuali, la metà dei giorni festivi rispetto all’Italia e, nei primi cinque anni di anzianità aziendale, quattordici giorni di ferie. Questi dati rappresentano i minimi contrattuali che ovviamente possono essere modificati con contratti bilaterali, ma che non si discostano poi tanto dalla realtà.

I principali strumenti di incentivazione sono:

  • l’esenzione dai dazi doganali e dall’IVA.
  • Grande spinta per la ricerca e sviluppo e la creazione dei cosiddetti Tecnoparchi,  aree designate per sostenere le attività di ricerca e sviluppo ed attirare investimenti in campi ad elevato contenuto tecnologico.

Le norme legali e amministrative che regolamentano le attività commerciali, finanziarie ed economiche all’interno dell’area soggetta a dazi doganali non valgono all’interno delle zone franche oppure valgono solo in parte.

In Turchia vi sono 20 zone franche che operano in stretta collaborazione con i mercati dell’UE e mediorientali. Trovandosi adiacenti ai principali porti turchi sul Mar Mediterraneo, Egeo e Nero, forniscono un facile accesso alle rotte commerciali internazionali.

Se per un attimo ci dimentichiamo della desolazione in alcune aree franche ad est di Istanbul, che certo non invitano a passarvi un’indimenticabile week end, non possiamo non prendere in considerazione vantaggi significativi nella creazione di una società in loco tra cui:

  • Esenzione integrale dai dazi doganali e da altre imposizioni diverse.
  • Esenzione integrale dall’imposta sulle imprese per società di produzione.
  • Esenzione integrale dall’imposta sul valore aggiunto (IVA) e sulla speciale imposta sui consumi.
  • Esenzione integrale dall’imposta sul reddito dei dipendenti (per aziende che esportano almeno l’85% del valore FOB dei beni prodotti nelle zone franche).
  • Le merci possono sostare indefinitamente nelle zone franche.
  • Le società sono libere di trasferire gli utili dalle zone franche all’estero come pure alla Turchia senza essere soggette ad alcuna restrizione

Serve quindi una riflessione, ma soprattutto il pragmatismo di una analisi che ponga al centro un progetto di sviluppo in grado di ribaltare le nostre abitudini, le nostre convinzioni e che si prefigga due aspetti apparentemente in antitesi fra loro:

  • Il primo, consentire la sopravvivenza oggi  delle PMI in Italia,
  • Il secondo, acquisire una consapevolezza  che generi finalmente la spinta a realizzare quei cambiamenti utili a portarci il più presto possibile verso la capacità di poter competere con tutti.

ANNO II NUMERO 1

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