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Angolazioni del counselling drammaturgico

da Capitale Intellettuale
  1. Introduzione alla nozione di counselling drammaturgico

 

Il termine counselling sta ad indicare l’intervento professionale che si realizza attraverso un processo di apprendimento interattivo che abilita il cliente a prendere una decisione riguardo a problemi che lo coinvolgono, oppure a chiarire ed esplorare modi di vivere alternativi a quelli che sta sperimentando ora e, infine, ad attuare comportamenti congruenti con le decisioni e gli apprendimenti maturati.

Il termine counsellor sta ad indicare il professionista che, lavorando sulla relazione, utilizza metodi, tecniche e strumenti utili ad aiutare le persone a gestire e risolvere i loro problemi identificando, attualizzando e indirizzando efficacemente le loro risorse personali, evitando di porsi in posizione di superiorità o expertise.

 

Nel counselling, quindi:

 

  • l’oggetto del lavoro è il problema del cliente, così come precisamente definito insieme al counsellor nel contratto preliminare, o ridefinito nel corso del lavoro;
  • tale problema viene affrontato utilizzando le risorse del cliente;
  • l’ intervento del counsellor si realizza attraverso la relazione con il cliente;
  • il cliente, a livello operativo si colloca sullo stesso piano del counsellor.

 

Il counselling drammaturgico si struttura prendendo le mosse da tre prospettive in sinergia tra loro:

 

  • la prospettiva teorica, che si avvale prevalentemente della scuola psicologica analitico transazionale;
  • la prospettiva tecnica, che utilizza procedure di intervento formulate dal conversazionalismo (Sabbadini, 2009);
  • la prospettiva metodologica finalizzata ad ottimizzare le tecniche, in coerenza con la teoria, nella prospettiva drammaturgica (Sabbadini, 1993, 2012).

 

Tale strutturazione favorisce la risposta ai requisiti caratterizzanti la professione di counsellor concependo il lavoro con il cliente come una collaborazione di due sceneggiatori che si impegnano a costruire una storia.

Il protagonista della storia, partendo dalla condizione iniziale critica descritta dal cliente, attraverso opportune azioni che gli vengono, via via, attribuite dai due coautori, riesce ad approdare ad una meta narrativa felice, o comunque meno infelice di quella di partenza; una situazione dove il problema posto è stato risolto.

Il lavoro comincia, dunque, con la strutturazione del prologo, nel quale viene descritta la situazione di avvio e si chiude con l’epilogo, che formalizza la fine della sceneggiatura.

Al termine della fase narrativa, il cliente – se lo riterrà utile per sé – avrà l’opportunità di sperimentarsi come attore, che interpreta il ruolo del protagonista della vicenda, sotto la guida del counsellor, utilizzando le tecniche teatrali di K.Stanislavskij (Sabbadini, 1993, 1994).

 

  1. Il contratto con il cliente e l’oggetto del lavoro

Il counselling drammaturgico distingue due aspetti fondamentali del rapporto contrattuale che si instaura tra il cliente e il counsellor:

  • quello, preliminare, in cui il cliente dichiara l’obiettivo che si propone di raggiungere grazie al rapporto professionale con il counsellor.  Per esempio, oggetto del contratto potrebbe essere quello di trovare una strategia per convincere il capo ad affidargli un certo lavoro;
  • quello della definizione dell’epilogo della storia. La definizione dell’epilogo rappresenta una fase del metodo drammaturgico che sta già dentro il rapporto professionale contrattualizzato. L’epilogo consiste, se continuiamo nell’esempio sopra posto, nella condizione per cui il protagonista della storia ha convinto il suo capo ad affidargli il lavoro, e ora opera felicemente nella nuova posizione.

 

In altre parole, possiamo dire che il lavoro del counsellor, insieme al cliente, consisterà nel decidere quali sono le azioni più utili ed economiche affinché il protagonista della storia, partendo dal prologo A (in cui il protagonista aspira ad un certo incarico professionale), possa giungere all’epilogo, felice, B (in cui il protagonista ha ottenuto il suo obiettivo).

Il secondo momento è funzionale al primo, nel senso che la definizione dell’epilogo, come tutto lo sviluppo della storia, è funzionale al soddisfacimento del primo obiettivo contrattuale, quello di acquisire adeguate strategie di comportamento.

I problemi che il cliente può portare, per farli oggetto del contratto iniziale con il counsellor, possono essere ricondotti a tre ampie categorie:

 

1) la categoria del Sapere. Per esempio: “quale argomentazione poterebbe essere convincente per il capo?  Quale potrebbe essere il momento migliore per affrontarlo? Quali potrebbero essere le sue eventuali obiezioni?”;

2) la categoria del Sapere come Fare. Per esempio: “so che per il capo è importante che io non pretenda un passaggio di livello; so anche che il momento migliore per parlargli è dopo l’orario d’ufficio; so anche che potrebbe obiettarmi che sono troppo giovane. Tuttavia non so come organizzare e finalizzare operativamente queste informazioni”;

3) la categoria del Fare. Per esempio: “so che la migliore strategia è quella di chiedere un appuntamento al capo per le 18.00, quando è più tranquillo; di premettere subito che non intendo chiedere passaggi di livello e – durante il discorso – suggerire che potrei compensare la mia inesperienza – della quale sono consapevole – partecipando a quel corso di formazione che sarà programmato dall’Unione Industriali. Temo, però, che, al momento buono, potrei non essere abbastanza deciso nel pormi di fronte a lui”.

 

Le situazioni di difficoltà portate dal cliente saranno gestite implementando alcune sue attitudini o Poteri, intendendo per Potere una specifica capacità di modificare il contesto operativo in cui agisce (Sabbadini, 1991, 1993b).

Il Potere di Conoscenza deriva dalla competenza tecnico scientifica, dalla capacità intuitiva e dall’esperienza. Il Potere di Comunicazione consiste in un’adeguata conoscenza dell’individuo come fonte e come destinatario di messaggi ed è ugualmente importante nei rapporti privati come nei rapporti professionali. Il Potere di Rappresentazione è un potere di processo, e cioè consiste nella capacità di rapportarsi nei confronti degli altri – a livello verbale e comportamentale – in modo funzionale all’obiettivo che si vuole raggiungere, indipendentemente dai pensieri, sentimenti ed emozioni provati al momento, che potrebbero indurre la persona ad agire diversamente.

Ciascuna area del problema reca in sé una carenza di Potere: il Potere di Conoscenza è carente nei problemi del Sapere, il Potere di Comunicazione è carente nei problemi del Sapere Come Fare, il Potere di Rappresentazione è carente nei problemi del Fare.

Tali carenze, attraverso il counselling drammaturgico, possono essere superate attraverso: la creazione di un contesto narrativo di apprendimento nel quale il protagonista riesce a recuperare le informazioni che gli mancano (Sapere); attraverso la descrizione delle azioni che il protagonista metterà in atto (Sapere Come Fare); attraverso la rappresentazione (recitazione) della parte del protagonista (Fare)

 

  1. I sistemi relazionali

Quando il cliente entra in relazione con il counsellor, entrano in gioco due sistemi relazionali (G.Lai, 1976): il sistema relazionale 1° (e cioè, restando nel nostro esempio, quello dove è attivo il rapporto tra il cliente e il suo capo) e il sistema relazionale 2° (quello della relazione tra il cliente e il counsellor).

Nel counselling, il problema che si risolve nel sistema relazionale 2° (sul Sapere, Sapere Come Fare e Fare) è propedeutico ad una possibile, magari probabile, soluzione del problema di cui si tratta nel sistema relazionale 1° (ottenere quel lavoro).

Ma, per consentire la soluzione del problema di cui al sistema relazionale 2°, il counselling drammaturgico allestisce un 3° sistema relazionale, quello narrativo, dove agisce un personaggio che è portatore di tribolazioni molto affini a quelle del cliente nel sistema relazionale 1° (Lavanchy 2012).

Certamente, nel sistema relazionale 1°, le cose potranno, poi, andare diversamente da quanto progettato per il sistema relazionale 3°; oppure in modo simile.

 

Certamente, dopo l’incontro con il counsellor, quando la storia sarà stata definita con una certa dose di dettagli:

  • il cliente saprà che esiste almeno un modo possibile per risolvere il suo problema del sistema relazionale 1°;
  • il cliente disporrà di una conoscenza, o di una strategia, o di una competenza che prima non possedeva.

 

Sempre per rimanere sul piano contrattuale, il counsellor avrà dato al cliente ciò per cui è stato pagato (la conoscenza, la strategia o la competenza), ma certamente non gli garantirà che quanto acquisito lo porterà effettivamente ad ottenere il lavoro ambito, perché quel risultato è condizionato da una quantità di altre variabili che né il counsellor, né il cliente, né il counsellor e il cliente messi assieme, possono dominare. Per esempio: l’umore del capo, la prontezza del cliente, la capacità di intervento di chi altri vuole ottenere quel lavoro, ecc.

Quello che certamente il counsellor potrà garantire, se tutto funziona a dovere nel sistema relazionale 2°, è che nella storia che costruirà con il cliente, il protagonista, attraverso idonee azioni, riuscirà ad accedere felicemente all’ epilogo concordato.

Al counsellor interessano molto poco le vicende della vita del cliente. è interessato, piuttosto a conoscere bene qual è lo stato di partenza dal quale il cliente medesimo desidera far muovere il personaggio della storia (Lai, 2012).

Dal momento in cui la storia prende il via, essa non avrà alcun legame con quanto accaduto nel passato del cliente. La storia si sviluppa nel futuro, e non è determinata solo dal cliente, ma deriva dalla negoziazione che interviene tra il counsellor e il cliente. Si tratta di una negoziazione i cui unici limiti sono dati dal rispetto della logica narrativa e della coerenza testuale, con il riferimento narrativo costituito dall’epilogo predeterminato.

A rinforzo di quanto appena detto, va rilevato che, per il counsellor, è irrilevante che la situazione di partenza corrisponda ad una effettiva condizione del cliente, essendo egli interessato esclusivamente al fatto che il cliente è intenzionato a sviluppare una storia a partire dal un prologo che ha deciso di esplicitare al counsellor nel corso della seduta.

 

  1. L’antefatto

L’esercizio del counselling può rappresentare una fase propedeutica o complementare di altre professioni (per esempio: del medico o dell’infermiere, dell’insegnante, dello psicologo o dello psicoterapeuta, del formatore, del manager, dell’assistente sociale, del legale, ecc.), oppure può essere praticato come autonoma forma di consulenza a favore del cliente che porta uno specifico problema.

Chi si avvicina al counselling, dunque, proviene da aree professionali molto diverse tra loro, e questa variabile non può non influire sulla teoria e sulla pratica della professione.

Secondo Rita Fioravanzo (2012), in alcuni casi, il lavoro di costruzione della narrazione deve essere preceduto da un lavoro sull’antefatto, e cioè su una condizione strutturale del contesto in cui si inserisce la narrazione che, in alcuni casi, deve essere elaborata per rendere possibile il vero e proprio intervento di counselling.

Il concetto di antefatto può essere esteso a tutte le condizioni strutturali, di contesto o soggettive, che il counsellor pone come postulato condiviso con il cliente e che, invece, nel corso del lavoro, può rivelarsi inattendibile.

Il manager che svolge interventi di counselling verso i propri collaboratori potrebbe dare per scontato che essi accettino la condizione di dipendenza gerarchica nei suoi confronti.

Il medico e l’infermiere potrebbero considerare come postulato del loro intervento l’orientamento del malato verso la guarigione.

Nel lavoro con le coppie il counsellor può ritenere che i partner escludano la violenza fisica come modalità legittima di interazione.

Come si può rilevare, l’antefatto rappresenta una componente del counselling drammaturgico strettamente correlato all’ambito operativo del professionista. Esso, spesso, rivela la sua opacità quando il processo narrativo è già stato avviato. In questo caso è necessario sospendere il lavoro, trasparentizzare l’antefatto, e verificare se il lavoro comune può essere proficuamente ripreso.

Naturalmente, solo talvolta l’antefatto si manifesta come un elemento d’ostacolo al lavoro del counsellor. Nella maggioranza dei casi esso rappresenta un elemento strutturante, non esplicitato del prologo.

Nella fase finale del lavoro, quando il cliente si immedesima con il personaggio che egli stesso ha contribuito a creare insieme al counsellor, e con la regia di quest’ultimo diventa attore, possiamo dire che l’antefatto si apparenta con il retroscena. L’antefatto è un oggetto narrativo sul quale il counsellor e il cliente possono essere chiamati ad intervenire, interrompendo la stesura della sceneggiatura alla quale stanno lavorando, per renderlo trasparente e rendere, così, possibile il prosieguo del lavoro narrativo. Il retroscena rappresenta un luogo drammaturgico dove, periodicamente, l’attore si rifugia, interrompendo l’azione attorale, per metterla meglio a punto e riprenderla poco dopo con maggiore efficacia e credibilità.

 

  1. Il tempo

Una connotazione specifica del counselling drammaturgico è senz’altro quella temporale.

In molti contesti sociali, oggi, il tempo viene strumentalizzato come variabile coercitiva per indurre scelte avventate o forzate. L’emergenza spesso viene utilizzata come strumento di potere per non lasciare il margine di riflessione necessario a ponderare adeguatamente tutte le variabili indispensabili per una scelta. Per questo motivo il counsellor deve essere capace di esercitare quella comprensione dell’altro necessaria a cogliere i suoi ritmi di lavoro e di elaborazione. Solo ed esclusivamente tali ritmi regoleranno l’interazione tra i due interlocutori.

Ciò detto, resta fermo che il contributo del counsellor deve tendenzialmente risolversi in un’unica seduta, e mai oltre le quattro. Sarà suo compito riuscire, se è un bravo professionista, con le tecniche adatte, a strutturare il problema in modo che possa essere gestito con successo nei predetti termini temporali.

Il suo obiettivo resta quello di risolvere un problema, e ciò rappresenta uno dei confini che definiscono l’intervento di counselling rispetto a quelli tipici di alcune altre professioni come, per esempio quella medica, quella psicologica o di consulenza spirituale, che sono, invece, orientate alla persona sotto il profilo fisiologico, psicologico o religioso.

Naturalmente, anche il counsellor è interessato al cliente in quanto essere umano, e  – pertanto – si impegnerà a rapportarsi nei suoi confronti con rispetto, educazione e umana solidarietà, ma non lo riterrà il riferimento del proprio lavoro, e non si occuperà di quanto accade nell’universo della sua mente se non nei limiti  e nella forma in cui il cliente medesimo riterrà di considerarlo rilevante in quanto circostanza significativa del prologo.

ANNO IV NUMERO 1

 


Bibliografia

 

Fioravanzo R. (2012), “Il personaggio in più: l’antefatto”, Tecniche Conversazionali, XXIV, 48,

ottobre, www.tecnicheconversazionali.it

Lai G. (1976),  Le parole del primo colloquio,  Boringhieri, Torino

Lai G. (2012), “Dalla conoscenza della storia all’azione sul futuro”, Tecniche Conversazionali,

            XXIV, 48, ottobre, www.tecnicheconversazionali.it

Lavanchy P. (2012), “Dal particolare all’universale nell’azione drammaturgica”, Tecniche

            Conversazionali, XXIV, 48, ottobre, www.tecnicheconversazionali.it

Sabbadini R. (1991), Poteri professionali, Franco Angeli, Milano

Sabbadini R. (1993), Professionistattore, Centro Scientifico,Torino

Sabbadini R. (1993b), “Poteri professionali. Il ruolo degli stati dell’Io”, SL Rivista di Organizzazione,

1, marzo 4 – 7

Sabbadini R. (1994), “La recitazione come strumento di lavoro”, Psicologia e Lavoro, 92, 27-32

Sabbadini R., Manuale di counselling, Franco Angeli, Milano

Sabbadini R., Il metodo drammaturgico nella relazione di counselling, Milano

 

 

 

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